Lo studio del cinema e il suo smarrito valore culturale
La comunità dei docenti universitari di cinema è molto cresciuta in questi anni, sia da un punto di vista quantitativo sia qualitativo. È cresciuta in una forma non facilmente prevedibile, per l’operato delle generazioni più giovani, capaci, tra le altre cose, di vincere progetti di ricerca italiani ed europei, e di quelle più mature, che hanno ricoperto e ricoprono ruoli istituzionalmente rilevanti in diversi atenei.
A questa crescita di peso accademico, che ha saputo integrare dinamismo e maturità, non è corrisposta un’analoga crescita sul piano culturale e simbolico della nostra disciplina e degli oggetti di cui si occupa, che per certi versi sembrano essere evaporati. Non sembrano oggetti valorizzati, né valorizzabili, come oggetti culturali che meritano riflessione, studio e scrittura.
Un segno macroscopico di questo lo vediamo nell’editoria, che accoglie la saggistica cinematografica quasi esclusivamente dietro contributi alla pubblicazione, oppure spinge e incentiva la produzione di mera manualistica, o di lavori collettanei che, coinvolgendo più docenti su più sedi, garantiscono, attraverso le adozioni, vendite maggiori.
Non si può colpevolizzare del tutto l’editoria, perché anche al netto di una minore complessiva sensibilità degli editori maggiori verso il cinema, è un dato di fatto che i libri di cinema vendono molto poco. Gli editori giungono perfino a suggerire di non usare la parola “cinema” nel titolo del libro per non determinare un freno ulteriore alle vendite.
I tanti studenti dei corsi di cinema e i tanti laureati che abbiamo non si trasformano mai in lettori, né effettivi né potenziali, di libri di cinema. Questo è un punto che ci dovrebbe far riflettere anche sul taglio che abbiamo spesso dato all’offerta formativa che riguarda la nostra disciplina.
Tutto questo ha avuto come diretta conseguenza il fatto che si è persa la prospettiva che un libro di cinema possa avere un significativo riscontro culturale.
Le ragioni per cui questo è accaduto sono diverse, non tutte attribuibili all’università, ma è certo che quelle che per sintesi possiamo chiamare le “logiche dell’Anvur” (ad esemplificare un certo modo di pensare ricerca, ma anche didattica universitaria) hanno determinato una frattura notevole nelle humanities tra la (presunta) scientificità dei discorsi e il loro impatto culturale.
Ci troviamo a vedere una divaricazione radicale tra la valorizzazione scientifica, puramente astratta, e l’inefficacia culturale, decisamente concreta, delle nostre pubblicazioni. È difficile immaginare il valore scientifico di un testo umanistico, sia esso saggio o monografia, quando la sua presenza ed incidenza culturale è ridottissima.
Questa situazione è effetto non dell’incapacità dell’autore, ma del modo standardizzato, codificato, stereotipato, in cui un tale testo viene pensato e scritto per potersi adeguare ad una normatività che sola starebbe a garantire la sua cosiddetta scientificità.
La questione della scrittura, per esempio, è stata totalmente espunta. Come se fosse indifferente la forma e lo stile attraverso cui scriviamo e ci esprimiamo. Un sintomo di questa indifferenza per la scrittura è l’abuso della lingua inglese anche in contesti esclusivamente italiani. Come se ci fosse una sorta di “contenuto”, che possa passare da una lingua all’altra restando invariato. Questa illusione ha portato al disinteresse per lo stile della scrittura, che ha portato con sé la restituzione spesso anodina dei contenuti.
E in un certo senso sembra essere stato espunto anche il momento performativo e unico della lezione (o dell’intervento ad un convegno), sostituito da un uso eccessivo di PowerPoint, che sembrano svolgere una funzione di supplenza della parola del docente. Il risultato complessivo fa emergere un senso di perdita di fiducia nella parola, che è il cuore del sapere umanistico, e che porta con sé un valore simbolico notevole.
Se questi sono problemi che riguardano in senso lato l’area umanistica, è chiaro che gli ambiti disciplinari di più radicata tradizione (come l’italianistica, la storia dell’arte ecc.) hanno anticorpi più resistenti e condizioni oggettivamente più solide (presenza nella formazione pre-universitaria) che li preservano maggiormente. Mentre altri settori scientifico-disciplinari rischiano o un movimento inversamente proporzionale tra valore scientifico e valore culturale, o addirittura vedono associarsi – è il caso di altri settori scientifico-disciplinari del nostro settore concorsuale – alla loro irrilevanza culturale anche una marginalità accademica: l’effetto è di completa ancillarità.
Una questione merita ancora di essere posta, e riguarda specificatamente gli oggetti di ricerca del nostro settore scientifico-disciplinare. È evidente che il loro allargamento ha significato in questi anni un incremento in termini quantitativi di posizioni accademiche, ma è anche vero che oggi sembra essersi smarrito l’ambito prioritario di pertinenza della nostra comunità di studio, cioè il cinema, letto e studiato da una prospettiva storica, teorica e critica. Queste prospettive esistono, certo, ma non riescono più a garantire un capitale simbolico al loro oggetto, rendendo marginale il ruolo dell’università nella costruzione di un discorso sul cinema, in cui si tenga insieme il senso della tradizione con il presente dei nuovi film. Altre istituzioni come cineteche e festival risultano essere su questo più rilevanti.
E questo in un momento in cui il cinema – anche quello italiano – si conferma ancora la forma espressiva migliore e più potente per comprendere il presente e le sue crisi.
Alcuni importanti correttivi possono essere apportati alle nostre prassi, tenendo conto che forse oggi ci possiamo permettere scelte un po’ diverse rispetto al passato, sia in termini di ricerca sia di didattica, per cercare di tornare a svolgere un ruolo culturalmente più rilevante. Ma di questo dobbiamo naturalmente ragionare insieme.
Questo testo è stato scritto su sollecitazione di Giacomo Manzoli, presidente della Consulta Universitaria del Cinema, a partire dall’intervento di Roberto De Gaetano a margine dell’Assemblea dell’11 ottobre 2025 a Venezia. Tutti i contributi al dibattito sono disponibili in questa sezione del sito. Per partecipare al dibattito sui temi sollevati è possibile inviare un contributo alla redazione: mag@consultacinema.org.





Ivelise Perniola
10 mesi agoConcordo pienamente su tutto quello che ha scritto Roberto De Gaetano, aggiungendo che ogni possibile contributo ad un allargamento del discorso e ad una riconquista di una centralità discorsiva all’interno della società, può verificarsi solo nel momento in cui i sistemi di valutazione e referaggio delle riviste di Fascia A smettano di censurare, annichilire, umiliare ogni espressione di pensiero critico autonomo, riportando sempre tutto alla necessità, a volte sembrerebbe quasi di natura diabolicamente metafisica, di riferimenti, citazioni, allusioni ad un pantheon di autori (prevalentemente di matrice angloamericana) cui tutto deve sempre essere riportato. Il lavoro dei referees, al quale siamo tutti sottoposti, spesso molto penosamente, sembra alla fine capace soltanto di censurare la libertà di pensiero e di elaborazione di una nuova visione, una nuova teorizzazione, una nuova riflessione sulla società e sul cinema e sul modo in cui il cinema riflette la società; inoltre si annichilisce e svaluta ogni intervento critico che non provenga da letture e interpretazioni pregresse. Chiaramente nessun impatto sulla società può darsi laddove non c’è intepretazione libera e originale, e questo vale più che mai per i giovani studiosi che sprecano più energie a raccogliere tutti i riferimenti necessari per essere approvati e pubblicati, piuttosto che a spostare avanti la riflessione, cercando chiavi originali di lettura e interpretazione dei testi. Queste, in aggiunta a quanto De Gaetano scrive e che sottoscrivo dalla prima all’ultima parola, sono costanti e quotidiane esperienze di asservimento ad una società che fa di tutto per far tacere l’Università, attraverso ricatti di natura economica, invischiandola in valutazioni, autovalutazioni, referaggi, moduli e contromoduli, affinchè non dia troppo fastidio e pensi ad altro.