Ringrazio di cuore Roberto De Gaetano per aver voluto aprire una discussione senz’altro importante e produttiva durante l’ultima Assemblea CUC, e il Presidente Giacomo Manzoli per aver ripreso lo spunto lanciato, e per la volontà di allargare il dibattito sia qui, in via telematica, sia poi successivamente, in vista della prossima riunione pisana della Consulta. Quella posta da Roberto De Gaetano è una domanda certamente di grande sostanza, che supera le tante gabbie formali nelle quali ci sentiamo ahinoi spesso e sempre più “imbrigliati”, quali soglie, mediane etc.

Secondo quanto scrive Roberto, il quadro attuale relativo alla nostra disciplina risulta in chiaroscuro: la comunità scientifica che fa riferimento al settore PEMM-01/B (che molti di noi, compreso il sottoscritto, continuiamo a ricordare meglio come L-ART/06) si è molto allargata, anche grazie ai tanti progetti di ricerca finanziati che sono stati vinti, soprattutto a livello nazionale (per esempio i PRIN), ma talvolta anche in ambito internazionale. Quella della CUC è una comunità piuttosto giovane, che si è ben inserita e ha saputo fare carriera, anche molto rapidamente, in numerosi atenei nazionali, estendendo la presenza delle nostre discipline. Eppure, scrive De Gaetano, “non è corrisposta un’analoga crescita sul piano culturale e simbolico della nostra disciplina e degli oggetti di cui si occupa, che per certi versi sembrano essere evaporati”. È in particolare la perdita di “incidenza culturale” delle nostre pubblicazioni (come monografie e riviste scientifiche) a costituire un punto critico.

Ebbene, vorrei iniziare questa discussione provando a spiegare perché, sui temi indicati, sono parzialmente d’accordo con De Gaetano, mentre sugli esiti che la sua lettera sembra suggerire, sono in radicale disaccordo. Perdonate la franchezza, ma credo che essere diretti sia un’implicita richiesta della lettera di Roberto che chiede un confronto ai colleghi della CUC.

Comincio dal primo punto. È vero che la capacità di incidere sulla società e la cultura di una istituzione come l’Università si è probabilmente fatta più limitata, specie nel caso delle humanities. Ma questo discorso oltrepassa decisamente gli studi di cinema e media, il nostro o altri settori disciplinari… È un tema – quello della perdita di incisività di molte istituzioni, fra cui la scuola e l’Università – che riguarda il nostro presente e riguarderà probabilmente ancora di più il nostro futuro, e con cui dovremo fare i conti. Ma, d’altronde, ci siamo posti seriamente il tema di come trasformare i nostri strumenti di didattica e di ricerca in un mondo in cui le applicazioni dell’Intelligenza Artificiale, per esempio, stanno trasformando interi settori professionali, compreso quello dei media? Non è forse questo il quadro più rilevante entro cui inserire il nostro agire come ricercatori e docenti di oggi e domani, se vogliamo davvero continuare a dire e a fare cose sensate? E davvero, in un contesto come quello in cui viviamo, pensiamo che un ritorno a una supposta “origine”, “il cinema, letto e studiato da una prospettiva storica, teorica e critica”, e alla monografia (il libro) come strumento d’elezione per costruire e trasmettere il sapere, siano la soluzione più efficace per recuperare ruolo e capacità di incidenza e peso culturale? Sono domande retoriche, a cui tendo a darmi delle risposte diametralmente opposte a quelle che sottintende la lettera di Roberto.

In realtà la nostra area ha dato segni di vitalità – anche rispetto a nostri colleghi di settori vicini – proprio prendendo più alla lettera la declaratoria del nostro SSD e moltiplicando, anziché limitare, le prospettive, le domande e i metodi di ricerca sul “cinema, la fotografia, la radio, la televisione e i media digitali” (riprendo il titolo del nostro SSD). L’esito è stato, per esempio, quello di ben quattordici progetti Prin finanziati nel 2022, di cui per altro – basta rileggersi titoli ed esiti – la stragrande maggioranza hanno proprio nel cinema il principale, o un sostanziale, oggetto di lavoro e studio. Certo, forse non il cinema come lo intende Roberto. Che però rischia di essere qualcosa che, semplicemente, non esiste più, se non marginalmente (di qui, io credo, il rischio di ulteriore perdita di incidenza culturale). Perché nelle concrete pratiche dell’industria mediale oggi, per esempio, il cinema si inserisce chiaramente, e sempre di più, all’interno di una filiera che comprende più ampiamente l’audiovisivo (la serialità, il documentario, l’animazione, l’intrattenimento e i videogiochi…), da un punto di vista produttivo, regolatorio, simbolico, linguistico, di consumo…

Aggiungo poi che non abbiamo alcuna nostalgia – lo dico avendo vissuto personalmente quel periodo da giovane ricercatore – di una comunità asfittica, composta da pochissime persone, che decidono cosa è incluso e cosa non è incluso nei “legittimi” oggetti di ricerca (all’epoca, quello di cui mi occupavo e mi occupo era considerato marginale, come mi veniva spesso ripetuto, con qualche sopracciglio alzato), oltre ad avere un peso eccessivo – e talvolta persino arbitrario – sulle carriere dei più giovani (cito questo punto perché, alla luce delle ipotesi di riforma delle pratiche concorsuali, dobbiamo vigilare per evitare il “rischio ricaduta” nel passato). Quanto poi all’ “abuso della lingua inglese”, temo sia un tema solo di chi non si pone il problema di internazionalizzare la propria ricerca: francamente, mi capita di scrivere anche molto in italiano, ma se partecipo a progetti finanziati e internazionali (come mi sta capitando in relazione a due progetti capitanati da una PI inglese e uno canadese, che comprendono moltissimi Paesi) non ho altra scelta che lavorare in inglese. Per quanto possibile, e per come ne sono capace, cerco di scrivere correttamente in entrambe le lingue, sapendo però che il valore della mia ricerca non sta principalmente nello stile o nella scrittura letteraria, evocativa o impressionistica.

Insomma, per concludere, il mio invito è a essere molto realisti circa il valore culturale di quello che facciamo, che non è certo dato per scontato (ma lo era in passato?) e che deve essere sempre riguadagnato nel costante confronto con le istituzioni extra-accademiche, coll’industria mediale, coi decisori politici, con gli strumenti di formazione dell’opinione, coi nostri stessi studenti, ogni giorno, nelle aule. È un lavoro complicato, ma trovo che una parte importante delle nostre ricerche, specie quelle che includono o vedono per protagonisti i giovani ricercatori e le giovani ricercatrici del nostro settore hanno un ottimo potenziale di incidenza culturale, e talvolta si tratta di trovare le strade giuste per comunicarlo. La realtà cambia, i media e le tecnologie ancora di più, e il lavoro del ricercatore è in primo luogo quello di formulare le domande giuste, quelle più urgenti e, appunto, rilevanti. Gli “oggetti privilegiati” vengono in qualche modo dopo (se esistono), e dipendono dalle domande di ricerca che vogliamo farci. Possiamo anche coltivare l’illusione che quegli oggetti siano sempre gli stessi, immutabili, che i metodi non debbano trasformarsi e, soprattutto, che le domande cui siamo chiamati a rispondere oggi siano quelle di trenta o quarant’anni fa; ma si tratta, appunto, di un’illusione.

La soluzione, dunque, non è certo quella di guardare nostalgicamente a un passato che non esiste più, né per le caratteristiche dell’Università e della comunità CUC né in relazione alle nostre domande di ricerca, che per essere culturalmente rilevanti devono guardare all’oggi e, possibilmente, al domani.

Ci sono certo problemi, questioni da risolvere enormi, ma lo stato della nostra disciplina è migliore, più vitale e diverso ora che in un tempo di cui non abbiamo alcun rimpianto. Dovremmo forse, al contrario, fare uno scatto deciso e coraggioso in avanti, riconoscendo, per esempio, nella denominazione stessa della nostra Associazione, tutta questa ricchezza e tutta questa diversità.


Questo testo è stato scritto su sollecitazione di Giacomo Manzoli, presidente della Consulta Universitaria del Cinema, a partire dall’intervento di Roberto De Gaetano a margine dell’Assemblea dell’11 ottobre 2025 a Venezia. Tutti i contributi del dibattito sono disponibili in questa sezione del sito. Per partecipare al dibattito sui temi sollevati è possibile inviare un contributo alla redazione: mag@consultacinema.org.

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