Valutazione: quali vantaggi?
Vorrei anzitutto ringraziare Roberto De Gaetano per aver sollecitato un dibattito su un tema così importante come quello della valutazione. Colgo l’occasione offerta dal suo intervento per fornire anch’io qualche spunto di riflessione, che vi propongo con la stessa franchezza di chi mi ha preceduto.
Roberto ritiene che alla crescita della CUC (che a suo avviso si caratterizza in termini sia quantitativi che qualitativi) non corrisponda una analoga crescita sul piano culturale e simbolico delle nostre discipline all’interno della società: tra le cause individuate vi sarebbe anche il ruolo (negativo) esercitato dalle cosiddette “logiche dell’Anvur”.
Anzitutto mi chiedo: la nostra crescita può davvero essere definita senza alcun dubbio in termini anche qualitativi, oltre che quantitativi? Certamente siamo di più e i nostri insegnamenti sono presenti su molte più sedi. E certamente pubblichiamo di più, non solo in senso assoluto (visto che è cresciuto il numero di chi pubblica) ma anche relativo (visto che è sensibilmente cresciuto il numero medio di pubblicazioni di ognuno di noi). Al riguardo basta considerare l’incremento davvero impressionante dei valori soglia tra il 2016 e il 2018. Se in quel breve lasso di tempo gli articoli di fascia A mediamente pubblicati da un collega ordinario sono saliti da 3 a 5 e quelli pubblicati da un collega associato da 1 a 2, quale potrà essere il loro numero oggi, a distanza di 7 anni, se quel dato venisse aggiornato? Non è sempre vero che pubblicare di più significa pubblicare testi qualitativamente peggiori, ma è piuttosto evidente che c’è un limite oltre il quale il rapporto inversamente proporzionale tra quantità e qualità diviene necessario. Dunque, se non possiamo dire con certezza che la qualità delle nostre pubblicazioni sia calata negli ultimi anni, possiamo tuttavia affermare che ciò avverrà certamente in un futuro prossimo, se non invertiremo la tendenza che ci obbliga a pubblicare sempre di più.
Se è il sistema delle soglie ad aver innescato questa pericolosa rincorsa verso il conseguimento di un numero sempre maggiore di prodotti della ricerca, è altrettanto vero che tale sistema presenta dei margini di gestione, a cui bisognerebbe prestare attenzione. Comunità affini (come quella dei musicologi) sono state in grado in questi anni di controllare meglio di noi i loro valori soglia: è rischioso avanzare previsioni, ma ho il sospetto che quando i valori soglia verranno aggiornati si aprirà ulteriormente la forbice tra i nostri e i loro. Anvur non ci obbliga a pubblicare sempre di più, registra soltanto quel che accade: siamo noi a pubblicare. È il nostro modo di intendere la revisione tra pari (lo strumento che ci consentirebbe di controllare questa pericolosa iper-produzione) che ha fatto venir meno il più importante filtro di gestione dei valori soglia comunitari.
Ma soprattutto mi pare errato ritenere, se interpreto correttamente il pensiero di Roberto, che i processi di valutazione possano avere un qualche impatto negativo sulla scientificità dei nostri testi. Semmai è vero il contrario. Roberto parte dal presupposto che il valore scientifico di un testo umanistico non possa prescindere dalla “sua presenza ed incidenza culturale”, facendo in un qualche modo coincidere le due cose: è scientifico il testo che orienta, guida, costruisce e diffonde valori simbolico-culturali. Io non escludo che un testo scientifico nell’ambito degli studi umanistici possa fare anche ciò, ma la sua scientificità non dipende affatto dalla sua incidenza culturale sulla società contemporanea bensì dalla sua adesione ai protocolli di validazione del sapere fissati dalla comunità di riferimento. Il rispetto di questi ultimi a volte conduce a una rilevanza anche culturale (in senso ampio, cioè politico-sociale, come mi pare voglia significare il discorso di Roberto), ma si danno anche casi in cui per ottenere una maggiore incidenza culturale (cioè per affermare una serie di valori che si ritiene debbano orientare la società) si deroga ai protocolli scientifici. Insomma, il rapporto tra i due piani è complesso e non riconducibile a facili schematismi. Ad ogni modo la nostra è una comunità scientifica e non una comunità politica, o religiosa, o artistica. La cultura di cui ci alimentiamo e che contribuiamo a sviluppare è la cultura dell’accademia. Che quest’ultima possa a volte essere associata anche a valori politici, religiosi e artistici non può che rallegrarci, ma non deve essere il nostro scopo primario.
Nostro principale compito non è dunque diffondere valori culturali, sebbene indirettamente il nostro lavoro può contribuirvi (soprattutto nell’ambito della cosiddetta terza missione), ma di costruire il sapere scientifico. E siccome questa non è impresa che si possa perseguire individualmente ma solo all’interno di una comunità, quest’ultima si è data collettivamente delle regole che sono insieme di ingaggio e di linguaggio. Queste regole, che implicitamente governano il nostro lavoro quotidiano e che esplicitamente insegniamo ai nostri dottorandi, sono riflesse nei regolamenti di Anvur. Non vi è sempre un rapporto di diretta discendenza e non mancano le contraddizioni: ma che vi sia una parentela a me pare fuor di dubbio. Mi sembra cioè piuttosto evidente che le norme che stabiliscono i processi di valutazione siano a tutela e non contro i protocolli di costruzione del sapere accademico per come sono stati stabiliti dalla tradizione degli studi delle comunità scientifiche.
Quali sono i protocolli che una seria peer review dovrebbe sempre verificare? Ve ne sono alcuni generali che hanno a che fare con le scienze tutte (anche quelle dure). Altri un poco più specifici, che pertengono alle scienze sociali e alle discipline umanistiche, nel cui ambito si muovono anche i nostri studi. E altri ancora più specifici, che caratterizzano in particolare i discorsi della nostra comunità di riferimento. Perdonatemi se mi dilungo al riguardo ma ho il sospetto che stia qui il nodo del disaccordo con Roberto.
Al primo gruppo è riconducibile il principio che il dibattito scientifico (nei luoghi deputati al suo svolgimento: ovvero le Università in cui lavoriamo, i convegni, le riviste, le pubblicazioni) non discrimina mai ed è unicamente interessato alla qualità con cui si esprime la razionalità dei discorsi coinvolti (l’innovatività delle tesi, la natura probante delle argomentazioni, ecc.). Per valutare quest’ultima, insomma, non si dovrebbe considerare, ad esempio, se chi parla è un uomo o una donna. Anche per questo motivo la peer review è blind: per nascondere tutto ciò che potrebbe sollecitare dinamiche di sintonia o distonia, come il genere. Di non minore importanza è il principio che il discorso scientifico debba operare nella più totale trasparenza: definendo con precisione il proprio oggetto, dichiarando il proprio obiettivo, stabilendo il proprio metodo, misurando il proprio risultato. E il principio per cui per entrare in un dibattito in corso occorre conoscerne bene tutti i termini, ovvero la letteratura critica sul tema nella sua interezza.
Al secondo gruppo sono riconducibili i protocolli elaborati dalle macro-tradizioni di riferimento dei nostri studi. Mi sto riferendo alle norme disciplinari delle scienze del testo (l’analisi linguistica, la ricostruzione del testo, la narratologia, ecc.), delle scienze storiche (la raccolta delle prove, l’individuazione di continuità e cesure, la critica delle fonti, ecc.) e delle scienze filosofiche (la strutturazione del discorso, la logicità dell’argomentazione, ecc.), cui anche le nostre discipline guardano.
Infine, ci sono i protocolli specificatamente legati alle nostre discipline che da un lato declinano in modo proprio le norme precedenti (come nell’analisi del film), dall’altro affiancano ad esse ulteriori prassi standardizzate legate alla natura dei nostri oggetti di analisi. Una seria peer review dovrebbe verificare il rispetto di tutto ciò ed eventualmente richiamarne la corretta applicazione.
Se l’effetto della peer review è a volte quello di “standardizzare, codificare e stereotipare”, ciò accade non per colpa della peer review in sé ma di chi, fraintendendone il senso profondo, l’ha commissionata alla persona sbagliata (la rivista), l’ha fatta controvoglia (il revisore), l’ha rifiutata per sospetto e disappunto (l’autore). Detto questo, mi stupisce un poco l’associazione tra lo standardizzare e il codificare da una parte e lo stereotipare dall’altra. Non si corre, così facendo, il rischio di demonizzare il protocollo (cioè il processo standardizzato con cui sono necessariamente condotte le nostre ricerche) in nome di una mal intesa creatività? Il discorso accademico è per sua natura un discorso fortemente standardizzato (cioè fondato su precise e stringenti norme) e nel contempo sempre creativo (perché sempre portatore di novità): è solo in presenza di entrambe queste componenti che una rigorosa valutazione dovrebbe poter giungere a una validazione.
I processi di valutazione hanno a che fare anche con la reputazione, tanto che in alcuni casi il blind è volutamente accantonato per misurare l’affidabilità di chi sta parlando: ciò accade ad esempio nella valutazione dei progetti di ricerca in cui la reputazione del PI (il fatto che abbia conseguito i risultati attesi nei progetti precedenti, che non abbia riciclato vecchie ricerche spacciandole per nuove, che abbia saputo condurre una oculata gestione delle risorse in vista dei risultati, ecc.) è fattore sempre più dirimente. Anche in termini di finanziamenti attratti su bandi competitivi la nostra comunità è molto cresciuta in questi ultimi anni e ciò la responsabilizza enormemente sul piano reputazionale. Da come sapremo condurre i progetti di ricerca in corso, per i quali abbiamo chiesto alla collettività uno sforzo enorme in termini di finanziamento (qualcosa come 6 milioni di euro negli ultimi 2 o 3 anni, se non calcolo male), dipende la capacità dei nostri progetti futuri di competere con quelli delle altre comunità.
Delegittimare la peer review, auspicare una libertà discorsiva senza freni, svincolare le nostre forze creative dalle norme protocollari, mi pare non solo poco responsabile (in particolare laddove vi siano in ballo ingenti finanziamenti pubblici) ma anche poco strategico, perché alla lunga potrebbe aprire delle crepe nel sistema su cui poggiano gli equilibri vitali della nostra comunità scientifica. Al contrario, prendere sul serio i processi di valutazione chiamati a validare le nostre ricerche presenta tre indiscutibili vantaggi: salvaguarda la qualità scientifica del nostro lavoro, pone un limite alla iper-produzione, rafforza la nostra reputazione.
Questo testo è stato scritto su sollecitazione di Giacomo Manzoli, presidente della Consulta Universitaria del Cinema, a partire dall’intervento di Roberto De Gaetano a margine dell’Assemblea dell’11 ottobre 2025 a Venezia. Tutti i contributi del dibattito sono disponibili in questa sezione del sito. Per partecipare al dibattito sui temi sollevati è possibile inviare un contributo alla redazione: mag@consultacinema.org.




