La centralità del cinema nell’insegnamento universitario
La storia del cinema è fatta di tutti i film realizzati, più uno:
quello che non è ancora uscito e che cambierà (ogni volta) l’idea stessa del cinema.
– Serge Daney
Credo che il fatto che si sia aperto un confronto su un tema centrale e fondamentale (come “il senso del nostro lavoro”) sia un segno evidente della necessità di questo dibattito. Necessità che condivido (e ringrazio Roberto De Gaetano per averlo aperto con il suo intervento). Parto infatti dal titolo stesso della sezione: “il senso del nostro lavoro”. È un titolo importante, perché allude a ciò che si pone come l’impulso originario e costante di un percorso che è al tempo stesso professionale e personale. Provo allora a declinare questo impulso, a partire da una parola chiave: Cinema.
Studiare, analizzare, scoprire e diffondere il cinema, o meglio produrre sapere critico attraverso il cinema. Quattro verbi che procedono all’unisono dal mio punto di vista. La storia delle immagini del XX secolo è determinata dal cinema, dalle sue forme e dagli innumerevoli discorsi critici e teorici che ha prodotto. Le grandi riflessioni del secolo breve hanno esplorato la potenza del cinema inteso come grande creatore di immagini. Riflessioni che hanno avuto luogo nei testi, nelle discussioni, nei dibattiti, ma soprattutto nelle immagini stesse, negli sguardi che le hanno rese possibili. Perché quelle immagini sono diventate, e continuano a diventare parte di un sentire collettivo, di un immaginario appunto, insieme personale e universale.
La grande teoria e critica del cinema ha costantemente pensato tutto questo, interrogandosi sul potere dell’immagine, creando e mettendo in opera concetti, forme interpretative, idee. Ma questi sguardi, queste riflessioni, i discorsi che hanno attraversato il secolo breve continuano a nascere e a proliferare nel XXI secolo. Non c’è, e questo è il punto principale, una cesura, una morte del cinema (al lavoro). Non si tratta di pensare l’occhio del Novecento come qualcosa di ormai irrimediabilmente passato, qualcosa che la storia delle immagini si è di fatto lasciato alle spalle.
Si tratta di pensare il cinema oggi da un triplice punto di vista. In primo luogo, ovvio, si tratta di riattraversarlo come grande costruzione di una memoria collettiva, nazionale e internazionale. La grande storia del cinema (o meglio le innumerevoli grandi e piccole storie del cinema) è un testimone straordinario degli sguardi e delle interpretazioni non solo del XX secolo, ma della Storia tout court. Le storie del cinema non sono mai solo “del” cinema; non sono cioè storie di una specifica forma d’arte, ma sono storie molteplici, sociali, economiche, politiche, culturali. Lo sanno benissimo gli altri saperi, pratiche teoriche che il cinema lo leggono e lo utilizzano da molteplici prospettive. Cinema del passato e non solo: cinema come forma che non smette di arricchire lo sguardo, di rimanere e trasformarsi nella memoria.
In secondo luogo, il cinema è e rimane una grande riflessione teorica e critica sulle immagini. I discorsi e le forme che ruotano intorno ad esso continuano ad essere fondamentali per comprendere la contemporaneità, lo stato attuale delle immagini. Non solo: i film, finanche una singola sequenza, possono ancora cogliere e dare forma alle speranze, ai desideri, alle paure di un reale sempre più sfuggente e caotico. Come un grande albero che non cessa di produrre ramificazioni, il cinema in un certo senso è dappertutto. Solo chi conosce il tronco può comprendere i suoi rami. I grandi teorici, i grandi critici non sono ancorati ad un passato ormai sepolto, ma sono fondamentali per interpretare le mutazioni del multiforme scenario mediatico di cui facciamo esperienza ogni giorno. Un pensiero contemporaneo è quella relazione col tempo presente, che aderisce a esso attraverso una sfasatura e un anacronismo. Pensare il contemporaneo attraverso il cinema, ecco la sfida necessaria, anche e soprattutto nell’università, nella didattica e nella ricerca accademica.
In terzo luogo, ma non si tratta affatto del motivo meno importante, il cinema continua ad essere oggetto di passione, continua a creare comunità di pratica, a connettere tra loro sguardi e soggetti. Basta andare ad un festival, unirsi a discussioni, confronti, finanche scontri, che a più livelli (professionali o no) accompagnano le visioni. Basta parlare con chi il cinema lo fa, a volte collocandosi in spazi meno visibili, sottratti alle luci della produzione più mainstream. La critica indaga, esplora, scopre, discute qualcosa che è anzitutto un oggetto di passioni. È questo il terzo motivo: la passione, cioè il senso del nostro lavoro. Passione che si tramuta in impegno: vale a dire nella volontà di difendere e diffondere le forme anche più radicali, le immagini meno viste. Nella scrittura, nell’insegnamento, nella ricerca, nelle pratiche attraverso le quali discutiamo del nostro lavoro: qui entra in gioco la passione, che continua ad essere lo strumento più potente per trasmettere qualcosa di importante.
Questo testo è stato scritto su sollecitazione di Giacomo Manzoli, presidente della Consulta Universitaria del Cinema, a partire dall’intervento di Roberto De Gaetano a margine dell’Assemblea dell’11 ottobre 2025 a Venezia. Tutti i contributi del dibattito sono disponibili in questa sezione del sito. Per partecipare al dibattito sui temi sollevati è possibile inviare un contributo alla redazione: mag@consultacinema.org.




