Chi se non noi?
Trovo che questo dibattito apertosi a partire dall’intervento di Roberto De Gaetano nella parte conclusiva dell’assemblea veneziana della Consulta sia di primaria importanza per ragionare insieme su temi e questioni che, del tutto opportunamente, Giacomo Manzoli ha sintetizzato nell’espressione «il senso del nostro lavoro». Ringrazio anch’io dunque Roberto, Giacomo e gli altri colleghi che sono intervenuti nelle ultime settimane e provo a offrire un contributo alla discussione.
Credo che Roberto tocchi un punto cruciale quando prova a inquadrare l’interezza del nostro lavoro all’interno di una prospettiva segnatamente culturale. Ho sempre creduto che un professore di discipline umanistiche, quali che siano, sia prima di tutto un intellettuale – grande o piccolo, questo è poco rilevante -, vale a dire qualcuno che ogni giorno, attraverso il proprio agire – stando in classe con gli studenti e le studentesse, sviluppando le proprie ricerche, diffondendone gli esiti in modi, con mezzi e su livelli diversi – vive e lavora per difendere, diffondere, alimentare la cultura. Il che equivale a dire per coltivare la possibilità, con gli strumenti di cui ciascuno dispone, di provare a disegnare un mondo il più possibile migliore di quello in cui viviamo e ad abitarlo in modo critico e consapevole.
Il cinema, ci siamo formati tutti, credo, con questo assunto, è in ordine di tempo l’ultima delle arti, la sola di cui sia possibile indicare addirittura una data di nascita, un multiplanare sistema espressivo che eredita di un’intera tradizione culturale con cui, fin da subito, non può evitare di fare i conti e che riconfigura in forme nuove e in un linguaggio che è soltanto il suo. Basta fare un solo passo – lungo le linee di una prospettiva storico-critica o teorica o analitica – in un film per misurarsi con la natura impura del cinema, con la sua capacità di entrare in dialogo con le altre arti, ma anche con la specificità e con la complessità delle sue dinamiche formative, immaginative, compositive. E ancora, con il suo storicamente costitutivo, e ancora oggi fondamentale, commercio col mondo sensibile. Fare discorsi sul cinema – nel nostro ambito specifico: la didattica, la ricerca, la terza missione – e sui film – grandi o piccoli che siano, quali peculiari dispositivi di costruzione del senso – significa dunque già sempre misurarsi con ciò che è oltre il cinema, con un’intera cultura da cui il cinema discende e con la capacità di quest’ultima di abitare il nostro tempo come una cosa viva, come una componente fondativa del nostro vivere comune. Mi viene in mente un passaggio di un romanzo di Sciascia, Una storia semplice (Emidio Greco ne trasse un buon film con un grande Volonté), in cui un magistrato incontra, dopo tanti anni, il suo vecchio professore di Italiano e gli ricorda i suoi esiti non felici, ai tempi della scuola, in quella disciplina. Il professore lo sorprende: «L’Italiano non è l’Italiano: è il ragionare». Allo stesso modo, allora, il cinema (la sua storia, le sue forme, i grandi discorsi che ha suscitato e che non smette di suscitare) da sempre non è solo il cinema e soprattutto è uno strumento straordinario con cui interrogare criticamente il nostro tempo e il nostro modo di viverlo. E insieme, transitando da Sciascia a Godard, il cinema è il cinema, e la sua storia, le sue forme, i discorsi che ha suscitato vanno pensati a partire dalla loro precipua, determinata identità, che noi, col nostro lavoro, siamo chiamati a indagare e a descrivere, a perlustrare e a illustrare, a difendere e a valorizzare.
Qualche tempo fa, insegnando in uno dei miei corsi, compreso in una triennale di Beni culturali e destinato a studenti e studentesse di aree diverse (Spettacolo, Storia, Storia dell’arte), ho fatto riferimento a Rossellini e ho chiesto al mio uditorio composito che conoscenza avesse dell’opera del grande autore italiano. Ho rapidamente constatato che quasi soltanto gli studenti e le studentesse di Spettacolo avevano visto i suoi film e che gli altri, sostanzialmente, non sapevano chi fosse. O lo sapevano appena. Non ho qui, naturalmente, la possibilità di discutere in modo minimamente adeguato i motivi di una tale lacuna. Ma quel giorno ho cambiato in corsa l’argomento di teoria del cinema che avevo previsto di svolgere e naturalmente ho fatto lezione su Rossellini. Ora, gli oggetti del nostro lavoro, è stato più volte sottolineato, si sono, negli anni, espansi, moltiplicati, arricchiti, ricoprendo in modo importante modi, forme, prodotti di un panorama mediale vasto e frastagliatissimo. Ciò è stato non soltanto produttivo ma anche logico. Eravamo chiamati a leggere tutte le opportunità che la società digitale disegna attorno a un gran numero di forme di espressione e di comunicazione audiovisiva. Ma dobbiamo e possiamo continuare a farlo, mi pare, anche e soprattutto a partire dall’immenso patrimonio di strumenti e di idee che il cinema ci ha dato e che continua a darci. Non potremmo cioè muovere indistintamente incontro a ciò che è nuovo – ma cosa, nella storia dei fenomeni artistici e culturali, è mai davvero del tutto nuovo? – lasciando per così dire in secondo piano ciò che è stato: l’opportunità è la più ovvia e la più naturale possibile e consiste nell’attivare uno sguardo già sempre duplice e divaricato, che tenga conto di una tradizione e che guardi costantemente al presente e al futuro delle immagini in movimento.
Mi pare che questo sguardo sia necessario se, per ragioni diverse, può accadere che anche soltanto qualcuno che ci ascolti oggi non sappia chi è Rossellini. Guardo con gli occhi di quel mio uditorio: come si leggono le immagini del nostro tempo senza conoscere Rossellini? Senza avere contezza del segno che la sua opera ha impresso nella storia del cinema e nella storia della cultura? Chi se non noi, in Università, potrà farsi carico di continuare a descrivere quel segno e a indicarne la vitalità? A chi lasceremmo questo compito? So bene che ogni giorno, nei nostri corsi di Storia del cinema, ci occupiamo di Rossellini (e di Murnau, di Dreyer, di Bresson, di Godard, ecc. Non ho fatto – è chiaro – che un esempio tra tanti). Ma non si tratta soltanto di conservare la storia e la memoria di una delle più grandi forme espressive del XX secolo, dell’occhio del Novecento: si tratta, da un lato, di continuare a praticare, e anche in parte di rilanciare, la costruzione di campi discorsivi forti, sia in prospettiva storica sia in prospettiva teorico-critica, integrando didattica, ricerca e terza missione, attorno alla grande tradizione cinematografica, alla specificità delle opere, al lavoro delle forme quale luogo ineludibile di costruzione del senso; e dall’altro, di non smettere di pensare – ha ragione Dottorini – che il cinema è ancora uno dei mezzi più efficaci per interrogare il presente audiovisivo e il presente tout court, i suoi modi di espressione, i suoi nuovi tratti di creatività, le sue enormi potenzialità immaginative e comunicative.
Agli studenti e alle studentesse della Fémis, Daney ricordava che il primo piano, il campo e controcampo, le carrellate non sono questioni che appartengono alla tecnica o allo stile, sono forme di pensiero che il cinema ci ha regalato per leggere il mondo.
Spero davvero che sia possibile continuare a condividere tutti insieme queste e altre questioni.
Questo testo è stato scritto su sollecitazione di Giacomo Manzoli, presidente della Consulta Universitaria del Cinema, a partire dall’intervento di Roberto De Gaetano a margine dell’Assemblea dell’11 ottobre 2025 a Venezia. Tutti i contributi del dibattito sono disponibili in questa sezione del sito. Per partecipare al dibattito sui temi sollevati è possibile inviare un contributo alla redazione: mag@consultacinema.org.




