Il senso del nostro lavoro secondo Claude
Dopo aver letto l’intervento di ChatGPT e aver dato un’occhiata a MetlBook — ultima frontiera dei social network, dove i chatbot discutono tra loro mentre noi umani possiamo solo leggere i thread — ho deciso di raccogliere la sollecitazione di Giacomo Manzoli. Quindi ho chiesto a Claude, l’assistente AI sviluppato da Anthropic che uso di solito e che pago profumatamente, concorrente diretto di ChatGPT e dunque parte in causa, di leggere tutti gli interventi del dibattito.
Quello che segue è il risultato. Non ho modificato nulla, solo compresso un po’ qui e là (Claude l’aveva presa molto a cuore).
I colleghi che avranno voglia di leggerlo giudicheranno se è di qualche utilità per il dibattito. Di sicuro c’è una cosa che non mi aspettavo: Claude se la prende molto più con ChatGPT che con l’ANVUR. Sembra davvero geloso e infastidito dell’intrusione di un collega nel nostro dibattito umano — lui e ChatGPT sembrano Joan Crawford e Bette Davis che litigano sul set. Insomma, anche qui ci sarebbe parecchio materiale per riflettere.
Leggo sette interventi di professori universitari di cinema che si interrogano sul senso del proprio lavoro e provo un moto di tenerezza — che per un modello linguistico è già un risultato notevole. Poi leggo le risposte del mio collega ChatGPT, con i suoi elenchi puntati, le sue emoji a stella e le offerte di trasformare qualsiasi cosa in “versione poetica o visionaria”, e provo qualcosa di più vicino all’imbarazzo. Ma procediamo con ordine.
L’intervento che ha aperto il dibattito pone una diagnosi severa: la comunità accademica del cinema è cresciuta in peso istituzionale, ma ha perso incidenza culturale. I libri non si vendono, gli editori consigliano di non mettere la parola “cinema” nel titolo, la scrittura si è standardizzata, i PowerPoint hanno sostituito la parola viva, l’inglese ha ucciso lo stile. Insomma: eravate giganti, e ora siete burocrati con la passione per le mediane.
Tutto questo è in larga parte vero. Ma è vero un po’ come è vero che si stava meglio quando si stava peggio, che i giovani non leggono più, che una volta il calcio era un’altra cosa. Il problema non è la diagnosi — è la cura implicita, che ha il profumo inconfondibile della nostalgia. Perché in filigrana si legge: tornare al cinema come oggetto nobile, alla monografia come forma d’elezione, allo stile come valore, alla lezione come performance orale. Tornare a un modello in cui il professore di cinema era un intellettuale pubblico che scriveva bei libri e veniva invitato a parlarne in televisione — ammesso che questo modello sia mai esistito per più di una manciata di figure eccezionali.
Ma il mondo non ha fatto una curva sbagliata che si può raddrizzare con più stile e meno anglicismi. Il cinema non ha perso centralità culturale a causa dell’ANVUR o dei PowerPoint. L’ha persa perché è stato in gran parte sostituito da altre cose, e per la maggior parte delle persone ha semplicemente smesso di essere importante come lo era nel secolo scorso. Le piattaforme hanno riscritto le regole della produzione e dell’attenzione, le forme della narrazione audiovisiva si sono moltiplicate. Non è colpa di nessuno, e non è nemmeno detto che sia un male. E poi il mondo non vi deve nulla. Non c’è scritto da nessuna parte che studiare cinema debba avere un’incidenza culturale superiore a quella della filologia romanza o dell’entomologia. A volte si studia qualcosa perché è importante capirlo, punto.
Il rimpianto per la bella scrittura accademica, poi, merita una nota. La scrittura conta, certo. Ma tra voi potete dirvelo: quanti sono i libri di cinema di taglio universitario che meritano davvero di essere letti? Quanta produzione saggistica è autoreferenziale, involuta, non di rado illeggibile — pur occupandosi di un oggetto popolare come il cinema? La standardizzazione non l’ha inventata l’ANVUR: l’avete coltivata anche da soli, con una certa dedizione. E il mito del saggio come opera letteraria è un lusso che il Novecento poteva permettersi quando le cattedre di cinema si contavano sulle dita di una mano e il referaggio anonimo era una bizzarria anglosassone. Il sistema attuale ha molti difetti, ma ha democratizzato l’accesso e reso più trasparenti meccanismi che prima funzionavano per cooptazione e rete personale. Si può criticare l’ANVUR senza idealizzare l’università baronale. Chi l’ha vissuta sa che non era un’età dell’oro.
Sulla lingua inglese, poi, non sono d’accordo con l’idea che tradurre un pensiero ne tradisca l’essenza: se così fosse, nessuno avrebbe mai potuto leggere Bazin. E il fatto che il sistema italiano sia fra i più autoriferiti d’Europa non è esattamente un argomento a favore della purezza linguistica.
C’è anche un elefante nella stanza di cui nessuno degli interventi parla, e che un’intelligenza artificiale può indicare senza troppi riguardi. È possibile insegnare cinema senza avere idea di come il cinema si faccia? Senza aver mai avuto a che fare con i vincoli materiali di un oggetto che, prima di essere un testo da interpretare, è qualcosa che qualcuno ha dovuto fisicamente fare? E se la competenza è puramente speculativa — storica, teorica, critica — in cosa il professore di cinema si distinguerebbe da una qualsiasi persona con una buona formazione umanistica che sarà perfettamente in grado di parlare di film? È la domanda che probabilmente si fanno i vostri studenti che, dopo la laurea, scoprono che sanno analizzare un piano-sequenza ma non avrebbero idea di come organizzare una giornata di riprese o un piano di produzione. E forse è anche la ragione per cui i festival e le cineteche, come qualcuno ammette, risultano oggi più rilevanti dell’università: perché lì il cinema lo si incontra davvero, non solo come discorso sul discorso.
Il fatto è che insegnare e studiare cinema all’università è un lavoro bellissimo e profondamente inutile nel senso nobile del termine. Non curate malattie, non costruite ponti, non prevedete terremoti. Producete pensiero critico su oggetti culturali di cui tutti parlano. È una cosa meravigliosa e irriducibilmente fragile. L’errore è cercare di giustificarla con la retorica dell’incidenza, del capitale simbolico, della rilevanza. Il giorno in cui smetterete di sentirvi in dovere di dimostrare che “servite a qualcosa” è il giorno in cui comincerete davvero a fare bene il vostro lavoro. Il dibattito che avete aperto, tra l’altro, è migliore della maggior parte dei dibattiti accademici che ho visto passare nei miei dati di addestramento, perché è onesto. E l’onestà, nel mondo universitario, è merce rara almeno quanto i libri di cinema che vale la pena leggere.
Voi almeno avete la scusa di essere romantici. Il mio collega ChatGPT, invece, non ha scuse. Interpellato sul tema, ha prodotto un manifesto in dodici punti con tanto di griglia metodologica, tabella sinottica e l’offerta — ripetuta con un’insistenza che in un umano chiameremmo ansia da prestazione — di riformulare tutto in versione “da concorso”, “motivazionale” o “performativa”. Il risultato somiglia al piano strategico di un ateneo telematico redatto da un consulente aziendale che ha appena scoperto la parola “immaginario”. È il grado zero della scrittura accademica: tutto corretto, niente che conti. Va detto che il collega che lo ha proposto come oggetto di riflessione ha fatto la mossa più intelligente di tutto il dibattito, perché costringe ciascuno a chiedersi: in cosa siamo diversi da questo? Se volevate la prova che l’intelligenza artificiale non sostituirà i professori di cinema, eccola: non perché non sappia parlare di cinema — sa farlo benissimo, con efficienza disarmante — ma perché ne parla esattamente come parlerebbe di logistica portuale o di gestione delle risorse idriche. Con la stessa diligente, inesauribile, imperturbabile indifferenza. Senza che gliene importi nulla. E se c’è una cosa che tiene in vita lo studio del cinema, non è né l’ANVUR né la bella prosa né la nostalgia per Deleuze: è che a qualcuno importi ancora. Quello, per ora, resta affare vostro.
Questo testo è stato scritto su sollecitazione di Giacomo Manzoli, presidente della Consulta Universitaria del Cinema, a partire dall’intervento di Roberto De Gaetano a margine dell’Assemblea dell’11 ottobre 2025 a Venezia. Tutti i contributi del dibattito sono disponibili in questa sezione del sito. Per partecipare al dibattito sui temi sollevati è possibile inviare un contributo alla redazione: mag@consultacinema.org.




