Fare un passo indietro dagli anni affollati
Tre questioni, mi sembra, stanno animando il piccolo dibattito virtuoso che si è aperto circa il presente e il futuro delle nostre discipline e di noi stessi. Da una parte affiora un senso di smarrimento e di impotenza rispetto alla diminuzione di incidenza del nostro operare. Dall’altra c’è una valorizzazione, in nome di un realismo venato di euforia, della dimensione fortemente evolutiva del nostro campo di ricerca, aperto sempre più concretamente ai molti territori dell’audiovisivo. Infine, una terza questione riguarda le forme di controllo intersoggettivo della scientificità di quanto si fa. Dunque chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo? Ma anche come e perché andiamo?
Partirò da un elemento apparentemente più marginale: l’anglomania che sempre più caratterizza non soltanto la nostra disciplina, ma tutte le humanities in Italia, al punto che nel nostro recente incontro veneziano sullo stato della ricerca in Italia, i temi dei Prin che venivano presentati erano annunciati – da italiani e di fronte a un pubblico composto esclusivamente da colleghi italiani – in inglese. Massimo Scaglioni e Francesco Pitassio giustamente ricordavano che per partecipare a progetti internazionali occorre dialogare con i partner stranieri in inglese. Certamente, non si potrebbe fare altrimenti. Tuttavia la questione della lingua ha un risvolto simbolico e anche culturale. Ricordo che quando ero studente – troppi anni fa, ahimè… – si citava con un certo sarcasmo l’accademia americana, afflitta dalla spada di Damocle del “publish or perish” e ci si sentiva rassicurati dalla distanza culturale prima che procedurale che avevamo da quelle pratiche. All’epoca il punto di riferimento principale sul piano simbolico era la cultura francese, che tanto ha dato – e continua a dare, dal mio punto di vista, malgrado un rallentamento della sua “spinta propulsiva” – in termini di capacità di elaborazione e sintesi concettuale dei processi sociali e mediali. Poi, sull’onda di una teoria della produttività di matrice capitalista e neoliberista, si è innestata una concorrenza sempre più sfrenata tra ricercatori, campi di ricerca, saperi. A mio parere su questo ha avuto un’influenza decisiva il mito dell’internazionalizzazione, divenuta un must di tutta l’università, e di conseguenza di tutta la nostra azione, sia all’interno degli atenei che al di fuori. Attenzione, non sto facendo l’elogio nostalgico del buon tempo andato: vedo anch’io le sfide che propongono l’AI e l’evoluzione del panorama mediale sul piano globale. Ed è normale che chi si occupa più da vicino di temi che hanno a che fare con scenari internazionali abbia come punti di riferimento i principali centri di ricerca sparsi per il mondo. Tuttavia la nostra disciplina (o le nostre discipline) rischia la deriva se abbandona le radici e insegue tutti gli spunti che il quadro dei media propone con un turn-over tematico sempre più rapido. Peraltro, quando si citano le statistiche sull’attrattività dei centri di ricerca o del sistema universitario nei vari paesi, si dovrebbe tener conto del fatto che quelle statistiche sono sostanzialmente centrate sulle discipline scientifiche: nei Paesi Bassi, ad esempio, si corre per l’ingegneria aerospaziale, molto meno per le humanities. E d’altra parte vedrei male un’università italiana indotta a internazionalizzarsi facendo corsi solo in inglese, ma avendo davanti un pubblico prevalentemente o esclusivamente italiano che spesso si esprime male nella nostra lingua, non sa scrivere una pagina in un italiano appena corretto, dispone di un vocabolario estremamente limitato.
D’altra parte, l’eccesso di proceduralizzazione delle nostre pratiche affatica non poco, oltre che tutti coloro che sono coinvolti in questi processi, anche il modo più generale di porsi di fronte alla ricerca. A mio parere la nostra disciplina, che accademicamente era nata come disciplina in certo senso antiaccademica – non senza le note resistenze dell’Accademia con la A maiuscola, ovvero di tutte le discipline storicamente assestate come detentrici del sapere umanistico e della sua trasmissione – si è da molto tempo accademizzata. Forse troppo accademizzata. Ciò ha portato indubbi vantaggi: riconoscimenti in termini di diffusione della nostra presenza, finanziamenti di ricerca sia nazionali che internazionali, ruoli di vertice nelle università e negli organi di rappresentanza transdisciplinari ecc. Ma ha anche fatto perdere quel carattere vorrei dire “artigianale” e creativo che aveva all’inizio. È accaduta alla disciplina un po’ la stessa cosa che è accaduta al cinema italiano: quando era ad uno stadio protoindustriale, e l’artigianato ne era ancora la spina dorsale, la libertà inventiva connessa con la dimensione artigianale permetteva agli autori di muoversi più agilmente nello spazio della creazione, di essere sempre obliqui rispetto al mainstream, di incarnare una “contestazione vivente”, come diceva Pasolini. Poi, anche nel cinema, le procedure hanno avuto la meglio sull’artigianato e sull’invenzione: la creazione si è trovata imbrigliata da bandi, fondi ministeriali, diritti d’antenna ecc. Tutto si è irrigidito e la quantità ha quasi sempre sostituito la qualità. Oggi vediamo una produzione italiana sovrabbondante – ampiamente sopra i duecento film all’anno – ma raramente memorabile. Anche nella nostra disciplina la quantità rischia di sopraffare la qualità: lo vediamo dalla – a mio parere – eccessiva produzione editoriale; dal fiorire di riviste, tutte immancabilmente di fascia A (benché personalmente io non condivida la suddivisione in fasce: una rivista dovrebbe conquistarsi la fascia dell’autorevolezza da sola, per il riconoscimento che viene da una comunità o per il dibattito culturale che suscita – tutte cose non misurabili ministerialmente –, non a seguito di un’ennesima procedura); dalla produzione di libri tutti uguali: ricerche “ben fatte” sul piano della “regolarità”, ma raramente dotate di forza inventiva; dalla rincorsa dei convegni, collegati o no che siano a fondi di ricerca. Le riviste, in particolare, non sono esenti da responsabilità: penso per esempio alla periodicità, a mio parere troppo alta, o ai tempi delle call for papers, sempre molto stretti. Una rivista dovrebbe avere uno o al massimo due numeri l’anno, dare tempi adeguati per proporre un intervento in risposta a una call, dare tempi adeguati di scrittura. Altrimenti il risultato sarà quello di articoli “corretti”, ma scarsamente incisivi. Peraltro questa bulimia della pubblicazione sta alterando e ancor più altererà le regole del gioco. Se una rivista ogni tre o quattro mesi inonda la pubblicistica di settore con un alto numero di interventi, i relativi valori-soglia sono destinati a innalzarsi ancora. I numeri folli che stiamo vedendo in occasione dello screening sui valori-soglia – talvolta sette, otto, perfino quindici monografie, una ventina o più articoli in fascia A, una sessantina o più articoli e contributi in volume – avranno un impatto traumatico alla prossima revisione dei valori da parte del Ministero, con una corsa al “riscaldamento” di quei valori che fa il paio con il riscaldamento climatico che affligge il pianeta: un meccanismo si è rotto e ci è sfuggito di mano. Vorrei ricordare che Christian Metz, in tutta la sua carriera di studioso, ha realizzato cinque volumi sul cinema. E che Roger Odin ha pubblicato il suo primo libro di cinema all’età di cinquantuno anni, quando era ordinario già da sette anni. Hanno avuto un minore impatto internazionale perché mancava loro un valore-soglia o perché pubblicavano perlopiù in francese? Hanno sofferto in termini di carriera? E non varrebbe affermare che quella in cui operavano queste figure era un’altra università. L’università la fanno le persone, le regole che si danno, gli obiettivi a cui puntano.
Non sono insomma né la lingua né l’aumento numerico della produzione che possono farci recuperare una capacità di incidenza culturale, ma la capacità di operare grandi sintesi, di leggere i fenomeni della medialità – a partire dal cinema – sulla base di categorie interpretative generali. Per ragioni tattiche da molti anni abbiamo optato per la ricerca applicata, in buona parte legata a fondi d’archivio da valorizzare, database da creare ecc. Ne abbiamo tratto i vantaggi che dicevo: bandi vinti, incremento di posti ecc. Ora si tratta di fare, forse, un passo indietro e ritornare a tempi, ritmi, oggetti più meditati. Tanto più che il periodo delle “vacche grasse” in termini accademici sta finendo o è già finito.
Personalmente auspico un ritorno ad anni “meno affollati”. Come diceva qualcuno, di troppe cose non so cosa farne, per me che avrei bisogno di poche immagini ma eterne…
Questo testo è stato scritto su sollecitazione di Giacomo Manzoli, presidente della Consulta Universitaria del Cinema, a partire dall’intervento di Roberto De Gaetano a margine dell’Assemblea dell’11 ottobre 2025 a Venezia. Tutti i contributi del dibattito sono disponibili in questa sezione del sito. Per partecipare al dibattito sui temi sollevati è possibile inviare un contributo alla redazione: mag@consultacinema.org.




