“Uno scherzo letale è quando la gente guarda roba tipo i Monty Python e ride, quando in realtà sta ridendo di sé stessa. È come un soldato della Prima Guerra Mondiale. Si trova in trincea,  sa che la sua vita è finita e che, nel giro di dieci minuti, sarà morto… E improvvisamente si rende conto che qualche idiota a Westminster lo ha fregato – “Ma per quale ragione sto facendo quello che sto facendo? [What’s THIS for?]  Non voglio uccidere nessuno, sono solo una pedina…”.
Jaz Coleman, 1979

Vorrei ringraziare Roberto De Gaetano per aver avviato una discussione per più ragioni necessaria. Così come chi mi ha preceduto, per le repliche proficue per far avanzare la riflessione. La necessità del confronto, a mio vedere, risiede nel bisogno di non ridurre a una sola gestione tecnica il senso del nostro lavoro, o a mera utilità informativa quello della nostra Consulta, in uno scenario caratterizzato da costanti bradisismi normativi; di porsi delle domande su quali siano le strategie più efficaci per qualificare e posizionare la nostra ricerca, in un quadro nazionale e internazionale in evoluzione permanente; di quali siano gli spazi sociali possibili di interlocuzione e costruzione di reti, per porre al servizio di comparti e territori le nostre competenze.

Vorrei anche confessare un occasionale disagio non troppo dissimile da quello palesato dalle parole di Roberto e Ivelise Perniola. Come loro e molt* altr*, sono cresciuto principalmente nella cultura cinematografica, con sovrapposizioni costanti tra la riflessione metodologica maturata nel contesto accademico, e pratiche discorsive meno regolate, ma culturalmente presenti nel dibattito sociale: la cinefilia, la riflessione critica, la passione archivistica. Tuttavia, immaginare che sia questo lo scenario cui possiamo riferirci o che dobbiamo ripristinare temo sia illusorio: la contrazione dell’editoria cinematografica non è dovuta alla cultura della valutazione imposta dall’ANVUR. È conseguenza di una diversa rilevanza del cinema in un sistema mediale e culturale. Di quei processi che molti di noi cercano di affrontare e considerare da almeno due decenni e che neppure provo a riassumere per carità mia e dei lettori. Non credo che un’assertività normativa – quello che è un oggetto “buono” (giusto, artistico, degno di studio) rispetto a quanto è trascurabile – possa incrementare una incidenza culturale del nostro lavoro. Piuttosto, il contrario.

Mi permetto perciò di affrontare frontalmente due questioni poste nella discussione. La cultura della valutazione e l’uso della lingua inglese.

Nel primo caso, come già Tomaso Subini ha bene indicato, credo sia opportuno distinguere tra la questione della valutazione tra pari (peer review) e la questione della standardizzazione della ricerca. L’incremento esponenziale delle pubblicazioni scientifiche e, segnatamente, di articoli in Rivista di Classe A e la loro presunta standardizzazione non sono l’esito della cultura della valutazione. Basta guardare la lista delle pubblicazioni dei più autorevoli colleghi stranieri, significativamente più breve di quella di molti tra noi. La valutazione può incidere sulle regole di costruzione di un discorso a vocazione scientifica, che deve essere almeno basato sulla verificabilità delle fonti, sulla coerenza metodologica, sulla definizione degli obbiettivi di indagine perseguiti attraverso passaggi dichiarati, indipendentemente dagli oggetti individuati. Ma questo non incide sulla novità di una scoperta storiografica, sulla originalità di un’impalcatura teorica, o sulla fertilità di un’ibridazione disciplinare.

Piuttosto, sulla base della mia esperienza, ho la sensazione che la standardizzazione sia un effetto collaterale e nefasto dell’applicazione di rudimentali metodi bibliometrici al campo degli studi umanistici: le famigerate soglie ASN.  La L. 240/2010 (Legge Gelmini), infatti, all’art. 16 postulava l’uso delle soglie come criterio orientativo delle Commissioni incaricate di conferire l’Abilitazione Scientifica Nazionale. Solo successivamente (D.D. 1532/2016), viene stabilito il numero minimo di soglie quantitative (2 su 3) che è necessario superare per potersi candidare. Parimenti, una volta stabiliti dei parametri quantitativi di riferimento, essi sono stati adottati per ulteriori funzioni (partecipazione a commissioni concorsuali, partecipazione a collegi dottorali ecc.). Ora, la cristallizzazione di un valore ingenera un comportamento adattivo e spinge ciascuno a ottemperare a quel valore. Di qui, quel fenomeno descritto da Tomaso di progressiva saturazione e innalzamento delle soglie. Ma esse sono solo la quantità media di pubblicazioni in una comunità scientifica. Non il valore qualitativo in sé. Ed è proprio qui che la valutazione tra pari può essere maggiormente di ausilio nell’indirizzare le pratiche di ricerca, anziché censurarle. Piuttosto, questa valutazione deve essere espletata nel modo più corretto e trasparente per tutte le parti coinvolte. Provo a indicare tre principi etici a mio avviso fondamentali:

  1. Le tempistiche di elaborazione di un processo editoriale (consegna, tempo assegnato ai valutatori, tempo assegnato alla revisione, tempo di pubblicazione) devono essere chiare, rispettate, ma soprattutto ragionevoli. Immaginare valutazioni condotte in due settimane o revisioni in una forse risponde a requisiti formali; ma certamente non contribuisce alla qualità scientifica di un lavoro.
  2. La valutazione deve essere informata da principi collaborativi, anche quando si stima il contributo valutato inadeguato alla pubblicazione. Detto diversamente, il valutatore ha il compito di indicare quali sono i limiti e le possibilità migliorative del contributo; non sancire la differenza tra sommersi e salvati. Si chiama revisione tra pari perché questa condizione di valutatori e valutati concerne l’intera comunità ed è al suo servizio.
  3. Chiunque sia a qualsivoglia titolo coinvolto nella gestione di un processo editoriale per una rivista (direttore, comitato editoriale) non dovrebbe sottoporre propri contributi alla medesima testata. La necessità di questa chiara distinzione di ruoli è garanzia di assoluta trasparenza del processo di valutazione. Si tratta di un principio pienamente assimilato nella prassi scientifica internazionale, ma ancora non del tutto integrato nella nostra comunità.

Per quanto concerne l’utilizzo della lingua inglese, concordo con quanto ha già affermato Massimo Scaglioni: si tratta di una lingua veicolare cui si riferisce la più parte delle comunità scientifiche del nostro campo di studi. Nella mia esperienza, è stata lo strumento con il quale ho potuto collaborare a progetti di ricerca ed editoriali con collegh* di cui non padroneggiavo la lingua madre. Non solo. Il sistema accademico italiano è prevalentemente autoriferito: oltre a essere al quartultimo posto nell’Unione Europea per numero di ricercatori per abitanti – 99/100.000, a fronte di una media UE di 143 –, siamo un sistema accademico poco attrattivo per i ricercatori non italiani: una delle poche ricerche condotte al riguardo, più di 10 anni fa, limitava al 3% la percentuale di ricercatori stranieri nel sistema accademico italiano, a fronte di una percentuale superiore al 37% in Svezia o al 27% nei Paesi Bassi – entrambi paesi UE la cui lingua nazionale nonè l’inglese. Questo ha un impatto non trascurabile sulla attrattiva dei nostri Corsi di Studio triennali e magistrali – l’Italia è penultima in UE per la percentuale di studenti iscritti ai propri CCdS che abbiano conseguito il diploma di scuola superiore all’estero, (2,88%, nel 2020). Ora, credo che l’uso della lingua inglese non sia la panacea. Ma immaginare una sostenibilità della nostra comunità scientifica, della sua ricerca e della sua proposta formativa fondata sul solo utilizzo dell’italiano quale lingua veicolare e, dunque, di una platea di studenti e dottorandi unicamente italofoni, mi pare ugualmente illusorio. Tanto più in uno scenario futuro in cui il calo demografico nazionale avrà un impatto traumatico sulle nostre istituzioni.

Aggiungo un’ulteriore considerazione. Una delle funzioni di chi ha il privilegio di essere un docente strutturato è la costruzione di profili solidi per i ricercatori e le ricercatrici di cui abbiamo la responsabilità scientifica. In un mercato della ricerca – lo so, suona terribilmente prosaico, ma di questo si tratta – sempre più competitivo e internazionale, non promuovere una visibilità e disseminazione degli esiti di ricerca nelle sedi convegnistiche ed editoriali riconosciute da comunità sovranazionali, che solitamente comunicano in lingua inglese, si traduce in una riduzione di opportunità future. Di stabilizzazione professionale e di attrazione di risorse di ricerca. Il reclutamento dei ricercatori non solo negli Stati Uniti o in Gran Bretagna, ma in larga parte dell’UE e oltre, avviene sulla base di reti di diffusione delle conoscenze che travalicano largamente le comunità nazionali. Lo stesso accade per i finanziamenti alla ricerca da bandi competitivi. Su scala planetaria, le risorse per l’ambito umanistico si stanno contraendo, ma in Italia sono ancor meno certe per l’assenza di una chiara programmazione nazionale delle risorse destinate al sistema universitario – nel 2025, a fronte di una media OCSE dell’1,4% del PIL per la formazione terziaria, l’Italia era largamente al di sotto dell’1%. Sono piuttosto dubbioso che un posizionamento nel solo contesto italiano sia strategicamente efficace, per chi costruisce oggi il proprio profilo scientifico…

Da ultimo, sulla incidenza culturale. Io credo che le opportunità per incidere in modo non insignificante ci siano, anche grazie alla espansione quantitativa della nostra comunità, alla sua diversificazione per oggetti e prospettive di studio e alla nostra capacità di affrontare la contemporaneità, senza ripiegarci su “buoni” oggetti. Penso anche che queste opportunità si possano canalizzare in iniziative concrete e capaci di costruire il nostro futuro: dalla costruzione della competenza e del gusto cinematografico nella scuola inferiore e superiore, grazie alla partecipazione al piano CIPS (Cinema e Immagini per la Scuola), alla collaborazione con gli organismi pubblici e privati deputati a sostenere le realtà produttive e professionali dei media (Fondi per l’Audiovisivo, Film Commission); dalla capacità di operare nel campo della salvaguardia e valorizzazione del patrimonio cinematografico, fotografico e più genericamente mediale alla presenza istituzionale, a livello locale, nazionale e internazionale.

Siamo dunque i protagonisti di uno scherzo letale? Prigionieri di un meccanismo costrittivo dinanzi al quale possiamo farci una risata, nella consapevolezza che ci macinerà? In parte, forse, sì: come qualunque dispositivo ordinamentale, ma certamente con una presa crescente negli ultimi due decenni. Ma siamo anche al centro di uno scenario che, per molti versi, ha intensificato e valorizzato il confronto scientifico e ne ha reso più trasparenti alcuni principi, a prescindere dai ruoli gerarchici, dalle cordate accademiche, dalle istituzioni di appartenenza. Ha incrementato le risorse disponibili, sebbene vincolandole a una dimensione progettuale e a una declinazione spesso più applicativa che speculativa. Spesso, è meno appassionante della “festa di avere un’idea”, per richiamare Gilles Deleuze – non si può non convenirne. Ma credo che si possa seguitare ad avere qualche idea, auspicabilmente buona. Senza per questo voltare le spalle a un presente difficile, ma con ulteriori occasioni di crescita.


Questo testo è stato scritto su sollecitazione di Giacomo Manzoli, presidente della Consulta Universitaria del Cinema, a partire dall’intervento di Roberto De Gaetano a margine dell’Assemblea dell’11 ottobre 2025 a Venezia. Tutti i contributi del dibattito sono disponibili in questa sezione del sito. Per partecipare al dibattito sui temi sollevati è possibile inviare un contributo alla redazione: mag@consultacinema.org.

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